Focus sull’umorismo

22 marzo 2020

Nei dizionari moderni l’umorismo è definito come la facoltà di interpretare con indulgenza e comprensione gli aspetti della vita umana che suscitano il sorriso.

L’umorismo gioca un ruolo unico nella vita dell’uomo, con un ampio raggio di effetti su molti aspetti del suo funzionamento, è inoltre una componente essenziale per restare legati alla nostra società se inteso come elemento della comunicazione nel più vasto rango di idee, sentimenti e opinioni; senza trascurare il suo aspetto terapeutico sul sistema nervoso e immunitario, operando sugli agenti giornalieri di stress.

Il senso dell’umorismo è l’elemento chiave del repertorio comportamentale, considerato come un attributo della definizione di essere umano, non a caso è stato attestato che solo pochissime persone sono in grado di riconoscere la loro mancanza di senso dell’umorismo (Forabosco, 1994: p. 7).

Già Erasmo da Rotterdam sostenne l’ipotesi che colui che ride è intelligente perché comprende meglio i fenomeni della realtà osservandone i lati nascosti e intuendo chi ha interesse a mantenerli oscuri (cit. in Francescato, 2003: p. 16).

In letteratura i tentativi di definire il senso preciso del termine si riferiscono a una ricchissima gamma di possibili sfumature; è pertanto impresa ardua fissare, nella rigidità di una formula, un concetto che per sua natura si sottrae alle codificazioni.

Spesso l’umorismo è identificato con l’espressione inglese humour che, dall’Oxford English Dictionary, viene definito come la facoltà di percepire ciò che è ridicolo o divertente, oppure di esprimere tale percezione a voce o per iscritto.

Da questa definizione appare chiara la distinzione tra umorismo e comicità: la comicità suscita reazioni spontanee e irriflesse, e puntando sul colpo di scena, provoca l’esplosione del riso; l’umorismo, invece, è un’operazione dell’intelletto, un’attività critica, unita ad un atteggiamento di cordiale simpatia, rivolta a suscitare il sorriso.

In questo senso non è disgiunto dall’elemento patetico: basti pensare a un film del grande Charlie Chaplin (1889-1997), che oscilla dalla situazione schiettamente comica delle torte in faccia e dei famosi tic, al pathos dell’omino perseguitato dalla sorte avversa o dalla prevaricante malvagità degli uomini.

L’umorismo sociologico di Chaplin è volto alla dissacrazione di ciò che, nella società, non merita rispetto.

Diverso è l’umorismo come distacco dalla realtà, come una maniera speciale e difficile di scrivere che si ha quando si fa uso di frequenti e sottilissime ironie, come, in altri termini, l’arte di far ridere coloro che abitualmente non ridono.

Tra umorismo sociologico e umorismo distaccato dalla realtà oscillano le numerose espressioni di umorismo nell’ambito letterario: a partire dalla spregiudicatezza di Aristofane (445-385 a.C.) fino alla greve beffa di Plauto (254-184 a.C.), dall’insolenza di Marziale (40-140 d.C.) alla rivoluzionaria sensualità di Boccaccio (1313-1375).

Ai tempi di Boccaccio si riteneva che la comicità avesse il potere di contrastare la morte, difatti nel Decamerone, l’autore scrive che ridere era ritenuto un rimedio contro la peste che nel 1348 dilaniava Firenze (cit. in Francescato, 2003: p. 18).

L’esempio più illustre di umorismo nell’Ottocento è quello di Manzoni (1785-1873).

Nel Novecento Pirandello (1867-1936) definisce l’umorismo il «sentimento del contrario» e, nello stesso periodo, Kafka (1883-1924) fa assumere all’umorismo un volto gelido e tagliente che poi si trasforma in metafisico paradosso con Ionesco (1912-1994).

Chi si occupa di umorismo con interesse scientifico deve fare i conti con chi la ritiene una scelta poco opportuna.

Umberto Eco (1980) dichiara: «da tempo ho deciso che, quando avrò sessant’anni, scriverò un libro (straordinario) sul comico. Non prima, per evitare le brutte figure di Aristotele, Bergson, Freud e altri» (cit. in Fioravanti, Spina, 1999: p. 7).

In un passo della Retorica, Aristotele (384 – 322 a.C.) scrive che l’ironia può minare la serietà di un avversario e che la serietà, viceversa, uccide l’umorismo. L’autore considera, quindi, serietà a umorismo come due sentimenti antitetici e inconciliabili.

In maniera simile Bergson (1900), definisce il riso come una sorta di sfida impertinente alla speculazione filosofica; sfida che McDougall (1921), ritiene perdente per gli studiosi ironizzando su molti autori ideatori di teorie ridicole del ridicolo (citt. in Forabosco, 1994: p. 2).

Anche in campo psicologico occuparsi dell’umorismo non deve essere stato troppo facile se è vero che, dopo Freud, pochissimi hanno compiuto studi significativi a riguardo.

Freud interpreta il senso dell’umorismo come il più valido tra i meccanismi di difesa, descrivendolo come un regalo raro e prezioso. Nel suo libro Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, pubblicato nel 1905, Freud sostiene l’affinità tra motto di spirito e sogno: i sogni, tanto quanto le arguzie o i motti di spirito, sono al servizio di una funzione psicologica di base rendendo possibile il soddisfacimento di pulsioni, specie quelle aggressive e sessuali, che l’individuo solitamente, sotto l’azione censoria della società, reprime oppure neutralizza.

Dopo di lui Dixon (1980), suggerisce di considerare il senso dell’umorismo come un’alternativa conoscitiva che permette all’individuo di considerare una prospettiva più leggera di un evento stressante e, grazie a ciò, di ridurre le conseguenze emotive e deleterie dell’evento stesso (cit. in Moran, Massan, 1997).

Esposte queste considerazioni dei primi pionieri dello studio dell’umorismo, oggi l’attenzione degli studiosi si rivolge alla comprensione dello stimolo che provoca il divertimento.

A tale scopo, sono stati analizzati i vari tipi di materiale comico che si può ritrovare in ogni cultura: testi scritti, romanzi, commedie, motti di spirito, barzellette e storielle, quadri, disegni, vignette e, più recentemente, film, spettacoli televisivi e siti internet.

Uno dei risultati di questi studi è la classificazione di diversi tipi di umorismo:

  • l’umorismo bonario, che concepisce il comico come svago;

  • la tragicommedia, che provoca il riso attraverso il pianto;

  • l’umorismo raffinato a forte valenza intellettuale, che si esprime nei motti di spirito, nei giochi di parole e nell’arguzia;

  • l’umorismo usato come arma, nella satira e nella parodia;

  • l’umorismo nero, volto a una funzione positiva che aiuta a tollerare le situazioni di pericolo reale.

Inoltre, l’umorismo che emerge da una barzelletta o da una determinata situazione, non è sempre percepito da tutti, spesso infatti, è dato solo ad alcuni di fruire di un particolare vissuto di piacere e di divertimento che si esprime in un sorriso o in una risata.

Patty Wooten, in un suo articolo intitolato Humor an antidote for stress (1996), definisce lo stress come una condizione avversa, durante la quale si sperimentano emozioni molto sgradevoli che spesso portano al nascere di sentimenti di futilità o di disperazione.

L’autrice contrappone a tali esperienze l’umorismo, descrivendolo come meccanismo di auto cura.

La Wooten spiega come il senso dell’umorismo, offrendo l’opportunità di provare delizia, gioia in determinate esperienze, garantisce il rilascio della tensione.

L’esperienza della risata, bandisce momentaneamente i sentimenti di rabbia e paura, offrendo momenti in cui è possibile sentirsi allegri, pieni di speranza e liberi da preoccupazioni.

Norman Cousins è stato il primo a richiamare l’attenzione della comunità medica, sui potenziali effetti terapeutici dell’umorismo.

Poiché si era già a conoscenza del fatto che, le emozioni negative hanno un impatto sfavorevole sulla salute, Cousins postulò una teoria secondo la quale si può affermare con certezza anche il contrario; ovvero, che le emozioni positive hanno un impatto positivo sulla salute (cit. in Wooten, 1996: p. 50).

Ridere consente di sperimentare emozioni positive quali: gioia, speranza, fiducia e amore.

Grazie alla ricerca effettuata durante gli ultimi anni, è possibile affermare con certezza che la risata offre una sorta di purificazione dalle emozioni negative: ridendo è possibile scaricare la tensione emotiva causata dal sopraggiungere di eventi stressanti (Wooten, 1996: p. 52).

Le emozioni e gli umori che noi sperimentiamo giornalmente, colpiscono il nostro sistema immunitario. Così come lo stress è in grado di far abbassare o di deteriorare le nostre difese corporee, il senso dell’umorismo ci permette di percepire ed apprezzare le incongruenze della vita, offrendo momenti di svago e di gioia.

Cosa succede nella mente di una persona che percepisce uno stimolo come umoristico?

Due diversi concetti si sono rivelati cruciali per dare risposta a interrogativi di questo tipo: il concetto di incongruità e quello di sorpresa (cfr. Forabosco, 1994: pp. 11-25).

Nel linguaggio comune si dice incongruo qualcosa di strano, insolito, privo di coerenza.

Quando si riceve un’informazione difforme dal modello cognitivo si ha il caso di una percezione di incongruità. Tale concetto ha un’estensione che riguarda tutte le situazioni in cui si verifica una discrepanza tra informazioni in arrivo e modello cognitivo, tra evento effettivo ed evento atteso.

In generale la risposta di primo impatto a una incongruità è quella di un’attivazione cognitiva che spinge a cercare di capire di cosa si tratta e a dargli un senso. In altri termini l’individuazione di una incongruità costituisce innanzitutto l’identificazione di un problema da affrontare e da risolvere a cui seguono reazioni di significato diverso.

Il compito della risoluzione non è quello di eliminare l’incongruità, bensì di renderla accettabile per non far sentire la necessità di cercare ulteriori informazioni e spiegazioni; questo costituisce la caratteristica essenziale che contraddistingue la risposta umoristica, rispetto alle altre reazioni.

Perché ci sia umorismo occorre una situazione in cui lo stimolo risulti allo stesso tempo incongruo e congruente, infatti, se lo stimolo continuasse a essere percepito come sostanzialmente incongruo si avrebbe, come reazione, perplessità, confusione o addirittura senso di minaccia e ansia. Se a prevalere fosse, invece, la sensazione di congruità, lo stimolo risulterebbe normale, sensato, rendendo immotivata un’eventuale risposta di tipo umoristico.

Nel XVIII secolo numerosi studiosi hanno sostenuto l’ipotesi che il comico risiede in una incongruità interna allo stimolo umoristico.

A prova di ciò, in tempi più recenti, si è potuto dimostrare come, variando l’incongruità di uno stimolo è possibile aumentare, o ridurre, il numero di persone che ridono in una situazione data.

Altre ricerche hanno dimostrato come le operazioni cognitive, che portano alla risoluzione dell’incongruità, generano un forte senso di piacere.

Afferrare il senso di una barzelletta, attiva un processo cognitivo simile a quello necessario per risolvere un problema scientifico: quando ci si riesce, si prova la sensazione gratificante di una scoperta, di un evento catartico, legato al buon esito di un processo cognitivo.

Una interessante teoria, che spiega i meccanismi semantici attivati dall’umorismo, è la script theory, proposta dal linguista Victor Raskin (1985; cit. in Forabosco, 1994: pp. 26-27).

Ogni parola che compare in un testo evoca un gran numero di altre parole o concetti; per esempio la parola psicologo richiama: laureato in psicologia, malattia mentale, psicoanalisi, ecc. Lo script, è l’insieme di queste voci che la parola data evoca.

Su questa base, la script theory considera un testo umoristico quando:

  • contiene due script parzialmente sovrapposti, ovvero il testo può essere interpretato, interamente o in parte, secondo due script differenti;

  • i due script sono in opposizione tra di loro, l’uno deve essere incompatibile all’altro rispetto al testo dato;

  • nella battuta conclusiva è presente un termine, o una espressione, che permette il passaggio da uno script all’altro.

La molla che scatta è la sorpresa, comunemente identificata come una delle componenti fondamentali dell’umorismo.

Aristotele e Cicerone ritenevano che l’effetto comico fosse provocato dalla sorpresa, quando ci si aspetta qualcosa e ne viene detta o fatto un’altra. Idea che sarà ripresa quasi duemila anni dopo da Kant e Schopenhauer (citt. in Francescato, 2003: p. 29).

In effetti incontrare uno stimolo incongruo corrisponde a percepire qualcosa che non ci si aspetta; la sorpresa è la reazione conseguente.

Ma come non tutti gli stimoli incongrui sono umoristici, così non ogni stimolo che suscita sorpresa, è incongruo.

Una porta che sbatte, può cogliere di sorpresa ma, non risultando difforme da un modello cognitivo, non viene percepito come evento incongruo: non ci si aspetta che una porta sbatta proprio in quel momento, ma si sa che le porte possono sbattere all’improvviso.

Una reazione di sorpresa può evolvere, in base alle caratteristiche dello stimolo inatteso, in reazioni diversificate, tra cui quelle umoristiche.

Nello studio condotto dallo psicologo italiano Paolo Bonaiuto (2003; cit. in Francescato, 2003: p. 42), basato sull’esame sistematico di materiale grafico umoristico, si è riscontrato come, nel processo comportamentale che va dalla percezione dello stimolo alla risposta di sorriso o riso, intervengano reazioni diversificate tra loro:

  • inizialmente si ha una percezione di paradosso, dovuta alla incongruità dello stimolo;

  • tale percezione si traduce in frustrazione e aggressività verso l’oggetto o evento paradossale;

  • subito dopo avviene una mobilitazione di istanze di tipo difensivo che, entrando in conflitto con l’aggressività, fanno assume all’oggetto, o evento paradossale, una fisionomia affettiva ambivalente.

Le regioni del cervello, e i relativi processi psicologici, strettamente legati al riconoscimento dell’umorismo, sono stati ricercati tramite studi su pazienti con danni parziali in varie aree del cervello.

Risultati sul riconoscimento dell’umorismo si sono ottenuti anche in altri contesti di studio relativi all’accertamento dei processi cognitivi.

La capacità di raccogliere informazioni di tipo umoristico nella memoria, è correlata a due test sul riconoscimento, quello verbale e quello non verbale.

La specifica tipologia del test viene richiesta in base alla logica dei processi psicologici: umorismo verbale, associato all’abilità di astrazione verbale e al mutamento mentale; umorismo da cartone animato, associato all’abilità di focalizzare l’attenzione sulla ricerca di dettagli e sullo sviluppo visivo.

Nel 1981 Wapner (cit. in Shammi, Stuss, 1999: p. 657) ha scoperto che, a seguito di una lesione all’emisfero destro, i pazienti mostrano una ridotta capacità di offrire una spiegazione ragionevole dell’umorismo dei cartoni.

A prova di ciò chiese, a soggetti con lesione all’emisfero destro, di scegliere tra quattro diversi finali di una storia raccontata a metà. Tutti questi soggetti scelsero le opzioni di significato con una più bassa percentuale di fantasia e di caratteristiche divertenti, suggerendo una grande percentuale di finali non sequitur.

Wapner arriva così alla conclusione che, i finali non sequitur suggeriti venivano scelti perché l’emisfero destro dei pazienti aveva difficoltà a riconoscere pienamente il significato delle battute e degli scherzi.

I pazienti con l’emisfero destro danneggiato, mostrano un’insita sensibilità nei confronti dell’elemento sorpresa e una diminuita capacità di fornire coerenza. Sembrano trattenere il riconoscimento della semplicità e possedere uno humor grossolano, che non richiede l’integrazione di contenuti tramite le frasi.

Shammi e Stuss (1999: pp. 657-661) hanno somministrato (sia a pazienti con lesioni focali singole ristrette in una specifica regione, che a soggetti neurologicamente intatti), una serie di test diretti a misurare differenti aspetti dell’umorismo, che potevano influenzare il riconoscimento dello stesso.

I cartoni animati, che dipendevano dai dettagli visivi, sono stati somministrati per fornire un paragone potenziale tra l’aspetto verbale e non verbale dell’umorismo.

Oltre a chiedere ai pazienti di stimare quanto divertenti fossero i cartoni, venivano filmati per esaminare obiettivamente la loro reazione spontanea.

La seconda fase si è incentrata sul controllo dei fattori esterni, che avrebbero potuto influenzare il risultato.

Si sono somministrati inoltre test psicologici che fornivano misure inerenti al lavoro dell’umorismo stesso, al fine di completare l’obiettivo di ricerca circa il linguaggio e la percezione.

Alcune delle misure ottenute sono inerenti all’obiettivo di ricerca sull’umorismo, mentre altre vengono attribuite agli standard neuropsicologici.

Si arriva così, alla conclusione che, il danno frontale destro è critico ai fini del deficit dei test sull’umorismo, infatti, dalla somministrazione dei test ne venne che:

  • i soggetti con i più svariati tipi di danni cerebrali, mostravano difficoltà di riconoscimento o deficit del senso dell’umorismo in termini verbali e non verbali (ma comunque niente di veramente degno di essere classificato come influente a livello neurale ne psicologico);

  • i pazienti con danni al lobo destro frontale, riportavano l’incapacità di distinguere le battute umoristiche da quelle neutrali. Non avevano problemi a trovare una conclusione logica alle storie, ma non riuscivano a comprendere la necessità della sorpresa nell’umorismo.

Questo tipo di esame, però, prende in considerazione solo il grado di umorismo e la facoltà di ridere dei pazienti.

Solo i pazienti con danni al lobo frontale destro mostrano significativi risultati per quanto riguarda il mutamento fisico emozionale.

Tali risultati sono stati sostenuti in letteratura, indicando il ruolo del lobo frontale destro nel linguaggio non letterale, nella personalità, nell’emotività e nell’autostima. Tutti questi elementi risultano, pertanto, strettamente relazionati a ciò che è l’umorismo.

Alcuni processi cognitivi, infatti, sono collegati in maniera logica all’umorismo; per esempio la memoria, le astrazioni verbali e la mobilità del pensiero.

A questo punto viene da chiedersi: perché il lobo frontale destro?

Ci sono due ragioni che spiegano perchè proprio il lobo frontale destro (Shammi, Stuss, 1999: pp. 662-664):

  • i lobi frontali, sono aree fornite di importanti connessioni con le zone coinvolte nello sviluppo della personalità;

  • il lobo frontale destro, in particolare, è collegato ai processi cognitivi, ed ha un ruolo particolare nello sviluppo del discorso narrativo e nell’interpretazione astratta.

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