Fasi di un disastro e ruolo dello Psicologo

15 marzo 2020

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Il soccorso psicologico viene svolto non solo quando un disastro è accaduto, ma molto prima.

Con riferimento al punto 1.7 del D.L. n. 8 del 7 febbraio 2002, lo psicologo, deve essere chiamato già nelle fasi di pianificazione a fianco degli altri tecnici.

Attingendo al quadro internazionale, si delineano due modelli di intervento (Incontrera, 2003):

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uno rifacentisi al modello canadese e statunitense, pone al centro della propria attenzione e del proprio intervento “l’individuo traumatizzato”; per cui viene enfatizzato il trauma individuale che sfocia nel patologico e si assiste, talora, alla pubblicizzazione di tecniche psicologiche o psicoterapeutiche specifiche per coloro che sono sopravvissuti ad un disastro;

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l’altro si rivolge “all’aspetto psicosociale”, focalizza l’attenzione sulla comunità e, attraverso la stessa, mette in moto le spinte di guarigione. In questo caso lo psicologo deve accostarsi allo scenario di un disastro con strumenti interpretativi e culturali diversi, ma soprattutto, deve condividere le fasi della disperazione e della rinascita.

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L’intervento può collocarsi in vari momenti temporali, in una prospettiva di prevenzione primaria, secondaria e terziaria. Lo scopo è quello di aumentare la resistenza psicosociale della comunità, e far fronte al senso di vulnerabilità conseguente ad un disastro (Lavanco, 2003):

gli interventi di prevenzione primaria, sono finalizzati a preparare la collettività;

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gli interventi di prevenzione secondaria, sono svolti durante la fase di emergenza allo scopo di contenere il disagio emotivo della comunità; si muovono attraverso la formazione di gruppi di discussione e di self-help, interventi di consueling rivolti ai sopravvissuti, e l’utilizzo di tecniche di debriefing e defusing per i soccorritori;

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gli interventi di prevenzione terziaria, hanno lo scopo di evitare la cronicizzazione della sofferenza psichica, che potrebbe portare alla strutturazione di disturbi psicopatologici

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Il continuum, che va dalla prevenzione alla cura e ricostruzione, consente di suddividere lo svolgere di un disastro in sette fasi.

La prima fase è quella dell’avvertimento: in genere l’informazione è la base per preparare la comunità e il personale sanitario locale nella distribuzione dei servizi di emergenza.

Lo psicologo deve essere in grado di fornire una corretta informazione alla popolazione e ai soccorritori.

Tale fase può variare da qualche minuto, nel caso di un tornado, a qualche giorno o più a lungo, in caso di pandemia.

Relativamente all’aspetto emozionale, prendiamo coscienza dell’esistenza di un pericolo.

La reazione all’annuncio spazia dall’incredulità, alla negazione: gli avvenimenti sono ignorati, ci si immagina invulnerabili ed indenni e si va alla ricerca di conferme non ufficiali.

Quando il pericolo diventa imminente ed inevitabile, le persone divengono vigili e spinte ad agire; diminuisce la coordinazione motoria e si assumono misure ingenue.

È molto importante sottolineare che, il primo soccorso psicologico è la conoscenza di se stessi, delle proprie reazioni al fine di porre in atto comportamenti idonei a fronteggiare gli eventi; quindi, al momento dell’avvertimento, lo psicologo può partecipare al briefing con i soccorritori e attuare un defusing.

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Durante la fase di impatto, ovvero l’arco temporale entro cui l’evento si abbatte sulla comunità, vi possono essere distruzioni in senso lato, ferimenti o malati e morti.

La comunità intera è in preda allo stupore; compaiono le prime reazioni fisiche (tremore, torpore, nausea, vomito, brividi di freddo) ed emotive (spavento, angoscia profonda, sentimento di impotenza, di disperazione, di vulnerabilità), alcuni pensano di essere stati presi di mira mentre altri provano sentimenti di abbandono.

In questa fase, lo psicologo può attuare dei defusing nei confronti dei superstiti, ed operare un triage psicologico fornendo anche le indicazioni necessarie a distanza: 

Vademecum

Ove fossero disponibili più operatori di salute mentale, uno di essi dovrà essere presente presso l’ufficio del medico legale e all’obitorio, al fine di aiutare i superstiti ad affrontare il processo di integrazione al lutto.

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La fase di emergenza, ovvero il periodo che segue immediatamente l’impatto, attiene ai comportamenti collettivi messi in atto, sia a livello istituzionale, che di volontariato.

I sopravvissuti escono dai ripari, fanno il punto su quanto è successo, si preoccupano della sorte dei familiari e poi degli amici e dei vicini.

Le reazioni emotive sono: sgomento, apatia, stato di choc, passività, rifiuto di credere all’accaduto.

I comportamenti sono caratterizzati da disorientamento (si vaga senza meta) e le reazioni cognitive comprendono: senso di gratitudine, sollievo per essere sopravvissuti oppure, senso di colpa.

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Durante la fase di salvataggio, vengono svolte le prime attività di urgenza.

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Si assiste alla comparsa di emozioni forti, ci si sente chiamati in causa e spinti a mettere in atto azioni eroiche; inoltre si riconoscono, il gruppo familiare e i vari team dell’emergenza, come le risorse umane più importanti.

I sopravvissuti, anche se feriti, si fanno soccorritori essi stessi nei riguardi delle altre vittime del disastro e delle persone più fragili, prestando le prime cure.

Lo psicologo (avvalendosi delle proprie conoscenze di Psicologia di comunità e di Psicologia sociale), aiuterà i superstiti a passare dal ruolo di vittima a quello di sopravvissuto.

In questa fase è basilare che vengano fornite informazioni immediate alla popolazione sulla natura ed estensione reale dell’evento e sui luoghi dove si troveranno i posti di pronto soccorso (tra questi, i servizi di psicologia che possono placare il senso di vulnerabilità e produrre un effetto rassicurante).

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Nella fase di ricostruzione, inizia il periodo chiamato «luna di miele», che dura da qualche giorno a uno o due anni dopo il disastro, durante il quale la gente si da fare per riparare i danni. Emerge tra i sopravvissuti la sensazione di aver condiviso e superato con altri una esperienza molto difficile; si condivide, quindi, una forte carica di ottimismo che aumenta grazie alle promesse di aiuto, da parte delle istituzioni (Maura Mauri, 1999).

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Il periodo di ricostruzione prevede, specificatamente, la messa a punto di una strategia politica, sanitaria e sociale congrue, per aiutare la comunità a riorganizzare le proprie risorse.

Questa fase è, dunque, caratterizzata dalla ricostruzione materiale e di aggiustamento delle emozioni.

Il successo è strettamente correlato al fatto che sussista o meno la possibilità che il disastro si ripeta, dalla disponibilità di risorse economiche, di ritardi nella ricostruzione, dall’appoggio fornito dai vicini, dall’unione di coppia e familiare, dalle convinzioni religiose.

Lo psicologo fornirà opportune indicazioni e sollecitazioni, per una attiva partecipazione alla vita organizzativa, con particolare riferimento alla messa in atto di un’attività educativa nei confronti dei minori, di un’attività sociale comprendente anche il disbrigo di pratiche burocratiche, di attività a favore degli anziani e persone con disabilità.

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Spesso accade che i sinistrati si sentano tristi, stanchi, apatici, disorganizzati, in collera per i ritardi e la burocrazia, inquietati dalle reazioni dei figli, preoccupati per problemi finanziari e in difficoltà per i disturbi del sonno.

Tutto ciò porta, inevitabilmente, alla «fase di disillusione», compresa tra i due mesi e i due anni, durante la quale prevalgono sentimenti di rabbia, risentimento e amarezza, causati dalla mancata soddisfazione delle promesse di aiuto; si comincia a perdere il senso di condivisione comunitaria (Maura Mauri, 1999).

Iniziano le prime fasi del processo di lutto: collera, depressione, accettazione o negazione (che si può manifestare il rifiuto di ritornare a vivere come prima).

Possono comparire nuovi sintomi quali: inappetenza, insonnia, apatia, sensi di colpa nei confronti dei morti.

Tali danni emotivi, affettivi e luttuosi, vanno ad ostacolare, temporaneamente, le capacità psicologiche individuali e collettive; in particolare le capacità di coping e di percezione del supporto sociale.

Inoltre, anche piccoli segnali evocano il pericolo, per cui c’è un forte bisogno di rassicurazione.

In tale situazione, più che un soccorso psicologico tout court, si deve dare spazio all’intervento degli operatori di salute mentale presenti sul territorio previo potenziamento, ad hoc, dei loro organici.

Lo scopo ultimo dello psicologo è quello di sostituire, gradualmente, ad una gamma di emozioni negative, la consapevolezza di doversi fare carico in prima persona della risoluzione dei problemi.

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Inizia, così, l’ultima fase durante la quale la comunità si organizza a livello locale con programmi di priorità per le famiglie ed i gruppi a rischio.

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