Reazioni individuali a seguito di un disastro

18 marzo 2020

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L’interesse per le reazioni collettive al disastro si consolida nel 1963 grazie alla fondazione del Disaster Reserch Center presso l’Ohio State University, che distingue le reazioni ad un disastro in collettive ed individuali.

Oggi illustreremo le reazioni individuali, cioè la reazione emotiva che vivere una pandemia può scatenare in noi.

Le reazioni individuali sono: ansia, angoscia, paura, depressione, apatia, colpevolezza, aggressività, vergogna, alternanza di stati d’animo, iperattività (Lavanco, 2003: pp. 93-128).

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Ansia: è una caratteristica molto importante dell’uomo ai fini dell’adattamento e della sopravvivenza, in quanto attiva le nostre risorse e potenzia a tutti i livelli il nostro organismo permettendoci di far fronte ad un pericolo.

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La radice etimologica della parola ansia è il termine latino angere, che significa opprimere, chiudere alla gola; non a caso il correlato somatico che accompagna l’ansia è caratterizzato da sintomi quali: persistente senso di nodo alla gola, senso di oppressione toracica e gastrica, aumento della tensione muscolare, sudorazione e vertigine.

Queste modificazioni, percepibili a livello somatico, trovano riscontro nel comportamento emozionale (che fa riferimento alle espressioni del volto e alle reazioni comportamentali) e nella dimensione cognitiva (caratterizzata da senso di insicurezza e di morte imminente).

Uno stato ansiogeno può essere definito come una spiacevole sensazione di tensione e timore continuo, anche senza una ragione immediata, o un oggetto reale che la possano giustificare.

L’ansia, al pari dell’angoscia, è l’emozione della paura senza soggetto; corrisponde ad uno stato soggettivo di paura indifferenziata.

L’attività di ricerca sulle basi biologiche dell’ansia è stata condotta, prevalentemente, sul Locus ceruleos nel quale afferiscono vie neuronali da tutti i livelli del Sistema Nervoso Centrale; le vie efferenti arrivano nei maggiori sistemi fisiologici implicati nell’attacco di panico.

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L’angoscia è un sentimento di insicurezza globale vissuto come attesa dolorosa di fronte a un pericolo, tanto più temibile quanto meno identificato.

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Molto genericamente si può dire che: il timore, lo spavento ed il terrore appartengono alla sfera della paura, che deriva da una situazione nota alla quale si può far fronte; l’inquietudine, l’ansietà e la depressione appartengono alla sfera dell’angoscia.

I disastri che provocano angoscia sono quelli dove il pericolo o la morte sono viste come qualcosa di sfuggente, che può colpire da un momento all’altro, senza la possibilità di visualizzare o percepire la portata della minaccia.

La reazione degli individui, è quella di chiudersi in un isolamento carico di depressione, con conseguente accumulo di tensione, che sfocerà nell’insorgere di malattie psicosomatiche o esplosioni di violenza collettiva.

In passato, durante le epidemie, il compito d’incanalare queste tensioni spettava alle processioni religiose o all’esecuzione degli untori, che davano la possibilità di visualizzare la fonte del male.

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La paura è causata dal timore di subire altri danni, dalla preoccupazione per la sorte dei famigliari, dal timore di essere lasciati soli, di dover lasciare i propri cari, di non farcela a superare il momento difficile, dal timore che il disastro si ripeta.

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La paura è una sensazione individuale presente, in modo più o meno accentuato, in tutti gli animali superiori. Consiste in un’emozione, spesso preceduta da un senso di sorpresa, provocata dalla presa di coscienza di un pericolo presente e imminente, che avvertiamo come una minaccia contro la nostra incolumità.

La paura costituisce una garanzia essenziale contro i pericoli, è un riflesso condizionato che permette di sfuggire provvisoriamente alla morte.

L’uomo ha ereditato numerosi tropismi, per reagire ad una minaccia imminente, meglio osservabili negli animali superiori; il primo fra questi è il rizzarsi dei peli e dei capelli che si manifesta negli animali di fronte ai predatori, quando ogni altra via di salvezza è preclusa: il rizzarsi del pelo li fa apparire più grandi e minacciosi.

Un altro tropismo usato per fronteggiare la paura è la catalessi, in conseguenza della quale chi è minacciato rimane assolutamente immobile e insensibile agli stimoli sensoriali.

Questo atteggiamento ha una rilevante importanza negativa durante le emergenze, perché rende le vittime di un disastro totalmente incapaci di muoversi; mentre nel mondo animale, porta il soggetto predato a essere disdegnato dal predatore in quanto appare come morto.

La terza reazione di fronte alla paura è l’iperattività, conseguenza della disponibilità di energie finalizzate alla fuga o alla lotta.

Questi meccanismi appartengono al “circuito primitivo della paura” cui fa capo il sistema libico e, in particolare, le strutture dell’ipotalamo e dell’amigdala.

L’amigdala consente di evidenziare anche i minimi segnali di pericolo permettendo, così, al nostro corpo di prepararsi a reagire alla paura, ancor prima che la minaccia sia evidente o inevitabile.

In seguito alla percezione della paura, l’ipotalamo lancia nel corpo impulsi che fanno scattare una reazione globale: avviene l’emissione d’adrenalina, l’accelerazione cardiaca, la redistribuzione vascolare a vantaggio dei muscoli. A questa prima risposta, immediata e breve, ne segue una seconda costituita da scariche ormonali che permettono di assicurare il ricambio energetico, necessario al proseguimento delle attività fisiche.

Come ogni emozione, la paura, può provocare effetti contrastanti a seconda degli individui e delle circostanze; a volte persino alterne nella stessa persona: accelerazione rapida delle pulsazioni cardiache o un loro rallentamento, una respirazione troppo rapida o troppo lenta, stitichezza o diarrea, ecc.

Una reazione estesa alla maggioranza delle persone di fronte alla paura, è l’esteriorizzazione della tensione psichica attraverso grida e frenetici movimenti, spesso inconsulti, che costituiscono la prima risposta allo shock. Questa risposta è inevitabile, il compito dell’operatore è di incanalarla verso un obiettivo non nocivo ma utile per l’individuo e la collettività.

Chi volesse risolvere la reazione incontrollata alla paura, con appelli a stare calmi o a non farsi prendere dal panico, non avrebbe alcun effetto positivo ed inoltre perderebbe credibilità, a causa del fatto di essere stato il primo ad aver dato un ordine dopo la percezione di una minaccia. Probabilmente dettato dalla necessità di individuare un responsabile, chi verbalmente ha l’onere di dare la notizia negativa, assume il ruolo del cattivo.

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La depressione si manifesta attraverso una cronica sensazione di stanchezza, con la perdita di interesse per ciò che succede nel mondo esterno. È accompagnata da apatia, e provoca una visione prevalentemente negativa di sé e degli altri.

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L’apatia costituisce il blocco delle sensazioni, insorge quando si prende coscienza della gravità della situazione e si evita di pensare o di parlare dell’evento traumatico; ciò può essere interpretato, erroneamente, come segnale di forza d’animo o di insensibilità.

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Il sentimento di vergogna insorge nella fase immediatamente successiva all’emergenza, è causata dalla consapevolezza di essere sembrato indifeso, emozionalmente vulnerabile, irrazionale, bisognoso degli altri o per non essersi comportato come avrebbe desiderato.

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La vergogna è alimentata dalla sensazione di aver dedicato poca attenzione alle persone care, che sono state ferite o sono scomparse.

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Colpevolezza: insorge alcuni giorni dopo l’evento e, solo in questo specifico caso, è causata dal senso di colpa di essere sopravvissuto al disastro, di non essere rimasto ferito, di aver salvato parte dei beni, dal rimpianto per le cose non fatte.

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L’aggressività è causata dalla rabbia irrazionale per quello che è successo, per l’ingiustizia e l’insensatezza dell’avvenimento, dal rancore per chi ha causato il disastro o ha permesso che accadesse, per chi si è dimostrato inefficiente nel portare i soccorsi, per la presunta mancanza di comprensione degli altri

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Alternanza di stati d’animo: nelle vittime di una catastrofe è molto frequente il passaggio repentino da uno stato di prostrazione, sfiducia e delusione, alla speranza quasi euforica, di futuri tempi migliori.

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Iperattività mentale: pensieri invadenti sull’evento e le sue conseguenze si alternano agli sforzi di evitarli.

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L’iperattività mentale diventa la causa di forti tensioni psicologiche, causate dal rivivere l’avvenimento ripetutamente (soprattutto nel sonno e nelle fasi di riposo, in cui si è più rilassati), ciò è faticoso per la psiche ma è anche molto importante al fine di accettare l’evento.

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Le dieci reazioni di cui ho scritto, possono presentarsi anche a seguito di traumi immaginari o reali che avvengono nella vita di ogni persona. Alcune di esse, possono essere presenti come caratteristiche della personalità del soggetto (ansia di tratto, aggressività, ecc..).

Enel

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