Cinema: tra riso e pianto

24 marzo 2020

Numerose sono state le critiche mosse al film dal titolo La vita è bella, di Roberto Benigni (1997).

Il motivo delle critiche si basa sul fatto che l’autore ha voluto raccontare una immane tragedia, quale lo sterminio degli ebrei per mano dei nazisti, attraverso l’umorismo.

Il fatto di ridere di una favola ambientata durante uno dei periodi più bui della storia dell’uomo, è sembrata una mancanza di rispetto nei confronti di coloro che hanno subito crudeltà indicibili.

L’idea di Benigni è quella di usare il sorriso per preservare un bambino dagli effetti devastanti, per il fisico e per la psiche, della vita in un lager in modo che, in futuro, possa continuare a pensare che la vita è bella.

Il modello seguito è Chaplin, un grande del cinema, che riesce a coniugare comicità e tragedia in modo assolutamente grandioso. Benigni legge a modo suo la follia nel nazismo, come prima di lui ha fatto Chaplin nel film Il grande dittatore (cit. in Borsatti, 2001: p. 106).

Le critiche e le polemiche giornalistico-culturali che La vita è bella è stata in grado di suscitare, sono state molto intense. Il film scandalo di Benigni è stato accusato di dissacrazione, di revisionismo, di aver addirittura negato l’olocausto.

Al contempo, però, ha ricevuto l’accoglienza più clamorosa al Festival di Gerusalemme e la riconoscenza più incondizionata da parte delle comunità culturali ebraiche di tutto il mondo.

Benigni ha rischiato molto violando, più di ogni altro, un tabù: quello che vuole incongruente la comicità e la shoah. Ha voluto urlare, a dispetto degli orrori circostanti, a dispetto di tutto e con l’aiuto imprescindibile dell’umorismo, che la vita è bella.

La cornice storica è l’Italia fascista degli anni trenta, con tutto il suo carico di leggerezza e banalità, con i suoi teatri e i suoi Grand Hotel, le sue piazzette e le sue scuole perbeniste.

Il film è nettamente diviso in due parti: la prima è armoniosa e lieve, una favola, una deliziosa ed esilarante commedia realista zavattiniana; la seconda parte vira bruscamente verso la tragedia, infatti, il tono cambia fatalmente e le tinte sono quelle cupe e irreali di un incubo.

Il primo tempo, aereo e spiritoso, serve ad accentuare, per contrasto, il buio e le tenebre del secondo.

L’uso cinematografico dello humor, assolve qui a due compiti: caricare gli spettatori per poter affrontare l’orrore raccontato dalle vittime dell’olocausto e, allo stesso tempo, accentuare, la drammaticità di ciò che accadrà dopo.

Come nella vita «C’è un (primo) tempo per ridere e un (secondo) tempo per piangere, come nella vita e nella sua alternanza di dolore e felicità». Due parti e due anime: quella comica e quella tragica, capaci di intrecciarsi e di amoreggiare dipanando il delicato filo della commozione (Benigni, cit. in Borsatti, 2001: p. 96).

Quindi la commozione, intesa come turbamento psicologico, provocato da sentimento di affetto, dolore, agitazione ed entusiasmo, è il filo conduttore che unisce e permette la convivenza tra due momenti contrapposti: quello delle risate e quello del pianto.

Questa fantastica favola morale offre spazio a tutte le gradazioni della commozione. A stento si cerca di trattenere le lacrime e il riso, strozzati le une e l’altro in gola con il pudore di ridere di un dramma, con la voglia di esorcizzare attraverso un risata liberatoria.

Attraverso questa chiave di lettura si comprende chiaramente il pensiero di chi, dopo aver apprezzato e amato questo film, lo scagiona dalle accuse di irrealismo, insensibilità e di revisionismo storico che tanta parte hanno avuto nelle polemiche che esso ha suscitato.

Benigni mostra come è possibile difendersi e combattere la tragedia imminente, attraverso allegria, intelligenza, amore e fantasia.

Il comico e il tragico si incontrano e si legano indissolubilmente, anche attraverso l’uso dell’iperbole, efficace tecnica del comico, che consiste in una esagerazione della realtà sino a spingerla nell’assurdo.

Benigni interpreta Guido, un ebreo, padre coraggioso che tenta di nascondere al proprio figlio, Giosuè, l’assurdità delle leggi razziali contro gli ebrei. È unicamente l’innocenza e la spensieratezza di Giosuè che Benigni/Guido vuole preservare e per farlo s’inventa, una volta rinchiusi nel lager, uno straordinario gioco a punti facendo credere al figlio che tutto ciò che vedono fa parte di un grande gioco collettivo.

L’orrore del lager è talmente mostruoso e incomprensibile che a Guido non risulta impossibile occultarlo, né tanto meno farlo sembrare finto. Ecco l’iperbole: in effetti sembra tutto troppo assurdo per essere vero, e Giosuè non fatica a credere alle parole del padre (Borsatti, 2001: p. 104).

La realtà, in questo caso, è capace di superare la più fervida delle fantasie ed è così che si ride e si piange: si ride perché, se non fosse vera, sarebbe talmente incredibile da risultare addirittura divertente.

Benigni riesce a dimostrare che «guerra e gioco non sono affatto, come pure si potrebbe pensare, attività fra loro opposte, né che esse si svolgano in maniera del tutto sregolata, rispettivamente come espressioni “libere” dell’aggressività o della fantasia creativa. Al contrario, l’una e l’altro condividono il carattere di procedure sottoposte a regole ben precise, tale per cui è almeno di principio possibile tradurre l’una nel linguaggio dell’altro, senza violarne minimamente la logica, né alterarne sostanzialmente il significato» (U. Curi, cit. in Borsatti, 2001: p. 105).

È importante notare come il connubio umorismo-disastri, sia in grado di sollevare critiche da parte di chi non accetta l’idea che si possa ridere di avvenimenti luttuosi; ma, nonostante ciò, il fatto che un film come La vita è bella ha ricevuto un numero talmente alto di riconoscimenti internazionale da poter essere definito colossal, non lascia dubbi: l’umorismo, usato per scatenare la commozione o usato sotto forma di iperbole, consente di narrare, e quindi di ricordare, avvenimenti talmente gravi, da non poter rimanere rilegati ad una semplice pagina di storia.

Benigni ci da la possibilità di ridere del busto di Mussolini, del manifesto della Razza, degli uomini e delle donne del fascismo attraverso le peripezie di un padre coraggioso che non insegna ma accompagna lungo sentieri di scoperta.

La vita è bella, se pur in modo iperbolico, dimostra come non solo humor ed orrore possono convivere ma come il primo, se usato in modo appropriato ed intelligente, può prevalere sul secondo.

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