Reazioni collettive a seguito di un disastro

17 marzo 2020

L’interesse per le reazioni collettive al disastro si consolida nel 1963 grazie alla fondazione del Disaster Reserch Center presso l’Ohio State University, che distingue le reazioni ad un disastro in collettive ed individuali.

Illustreremo di seguito le reazioni collettive, quindi quei comportamenti che rappresentano l’intera comunità come sistema e che spiegano come e perché siamo interdipendenti, da questo punto di vista.

Crocq et al. (Lavanco, 2003), individuano tre comportamenti collettivi in grado di far intendere gli effetti che un disastro può generare a livello di comunità, compromettendo l’intera organizzazione sociale del sistema.

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Commozione-inibizione-stupore: è la reazione psicopatologica collettiva che più facilmente si verifica nelle zone direttamente colpite da gravi perdite materiali e umane; le caratteristiche sono: perdita di iniziativa, incantamento e shock emozionale. La durata è di circa due ore ma può diminuire grazie ad un soccorso veloce ed immediato

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Esodo di massa: si producono flussi di popolazione in movimento che abbandonano il luogo del disastro, per propria iniziativa a causa del prevalere di sentimenti quali paura, confusione e turbamento

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Panico: è un comportamento collettivo derivante dal fatto che, in assenza di precise informazioni o leadership, l’individuo adegua il proprio comportamento a quello degli altri che gli stanno accanto

Per panico s’intende un comportamento irrazionale della folla che si verifica quando, ogni persona coinvolta, si convince che il suo comportamento immediato, può garantirgli la sopravvivenza a scapito di quella degli altri.

È il caso, ad esempio, dell’assalto alle scialuppe di salvataggio durante un naufragio o dell’affollarsi verso le uscite di sicurezza in caso d’incendio.

Le conseguenze del panico sono: schiacciamenti, soffocamenti, blocchi delle uscite che si traducono in numerosi morti e feriti, indipendentemente dall’evento che ha provocato il panico.

In realtà il panico, cioè un comportamento collettivo autodistruttivo, si manifesta solo in condizioni particolari, cioè quando si ha: un’ansietà diffusa precedente il disastro, la mancanza di un’informazione autorevole, la veloce e progressiva chiusura delle vie d’uscita e il verificarsi di un fattore di precipitazione (Lavanco, 2003: p. 43).

Fra queste riveste una particolare importanza l’esistenza di vie di fuga. Diversi studiosi hanno sostenuto l’ipotesi che, nello scatenarsi del panico, è determinante la convinzione o il timore di un possibile intrappolamento, che si manifesta quando viene avvertita l’imminente chiusura di una possibile via d’uscita.

A conferma di ciò vi è l’osservazione che, non si manifesta panico quando la gente ritiene che non vi siano vie di fuga.

Questo pone l’operatore nella difficile e singolare situazione di non comunicare l’esistenza di vie di fuga, per non scatenare il panico che potrebbe ostacolare od impedire i soccorsi.

Anche il verificarsi di un fattore di precipitazione può essere motivo di un comportamento collettivo di panico, dopo che si è creato uno stato d’ansietà diffusa, quando, senza un apparente motivo, avviene un movimento precipitoso in mancanza d’informazioni.

In queste circostanze compito dell’operatore è isolare le persone che possono diventare fattore di precipitazione.

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Fornire informazioni in maniera adeguata è di grande importanza, per diluire nel tempo il fattore di precipitazione

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