Prevenzione del disturbo da stress post traumatico

19 marzo 2020

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Con il termine disturbo da stress post traumatico (PTSD), si indicano tutte le conseguenze che l’impatto dirompente dell’esposizione ad uno stress estremo, può avere sul funzionamento psicologico e fisiologico (Flannery, 1999).

Il trauma è una lesione o un forte shock emotivo che si subisce in una situazione di immediato e diretto pericolo di vita, nel caso si perda una persona cara oppure se si è esposti a immagini di distruzione particolarmente coinvolgenti.

Televisione e giornali contribuiscono, in maniera particolare, ad aggravare tale situazione con allarmismo quotidiano e immagini angoscianti che vanno a sedimentare, quotidianamente, nella nostra mente.

I soccorritori come gli operatori sanitari (medici, infermieri) esponendosi a situazioni di pericolo, provano emozioni che possono provocare stress e disturbi fisici o psichici.

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Questo accade perché l’uomo possiede geneticamente dei campanelli di allarme che lo predispongono ad affrontare il pericolo ma non è preparato alle situazioni catastrofiche, epidemie, pandemie o a rispondere a disastri naturali.

Chi ha subito gravi traumi ha alte probabilità di avere problemi rappresentati da irritabilità, incubi e fragilità emotiva. Tutti questi disturbi fanno parte di quella che è nota come sindrome da stress post traumatico (PTSD).

Si può legittimamente parlare di sindrome da stress post traumatico, quando si registrano sintomi acuti per più di un mese consecutivo; sotto a questo livello si tratta di ansia comune per combattere la quale è ne cessario discernere le situazioni pericolose da quelle definite allarmanti solo dai mass media, ed applicare alcune semplici regole:

  • sostituire l’esposizione a mezzi di informazione particolarmente allarmistici, con la visione di programmi che parlano d’altro;
  • parlare dei fatti, delle emozioni e dello stress con esperti o amici;
  • evitare ambienti che generano ansia.

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I soccorritori scrupolosi che si trovano nell’impossibilità di agire rapidamente nei confronti delle vittime, somatizzano l’accaduto colpevolizzandosi.

Il tutto si trasforma in processi di elaborazione psicologica che portano ai sintomi classici dei disturbi da stress post traumatico: ipervigilanza, ipersensibilità, ricordi ricorrenti dell’evento, incubi, comportamenti di fuga, sintomi di depressione, disturbi del sonno, disturbi dell’appetito ed instabilità caratteriale.

Queste elaborazioni emotive, fanno parte di processi psichici incontrollabili e imprevedibili, che si possono presentare subito o dopo mesi (Ruozzi, Bagnato, 2004).

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Non esiste una cura universale per chi soffre di PTSD. Nei casi più gravi si fa uso di antidepressivi per diminuire l’irritabilità del sistema nervoso e di psicoterapie che interrompono la sequenza di pensieri negativi o di risposte condizionate che sono diventate automatiche.

A ragione di ciò, nell’ambito dello studio del PTSD, la necessità di passare da un paradigma di tipo tecnologico-riparativo ad un paradigma di tipo epidemiologico-preventivo (ispirato ad un modello olistico), diventa sempre più improrogabile.

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È indispensabile, nell’ambito di un modello di prevenzione primaria, analizzare il bilancio fra due tipi di fattori (Cannavicci, 2000):

  • fattori di rischio: includono fattori fisiopatologici quali la vulnerabilità genetico-costituzionale e la reattività individuale; fattori legati alla personalità, come tratti di disturbo borderline, paranoide, dipendente o antisociale; fattori familiari e sociali;
  • fattori protettivi: includono fattori individuali quali la capacità di relazionarsi con un altro da sé significativo, il livello di autostima, il rapporto con il gruppo dei pari, la capacità di chiedere aiuto, l’intelligenza emotiva; fattori sociali come le condizioni economiche, occupazionali e il grado di qualità dei servizi sociosanitari.

Risulta, perciò, indispensabile analizzare le caratteristiche di personalità e i relativi processi di coping dei soggetti resistenti, al fine di poter attuare, sia una più mirata selezione del personale preposto a compiti particolarmente stressanti e rischiosi, sia stimolare, nei soggetti a rischio, il potenziamento di quei tratti di personalità utili per la loro funzione protettiva.

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Bartoli e Bonaiuto (1997), hanno individuato quattro fattori psicologici in grado di garantire un’ottimale resistenza nei confronti delle peggiori situazioni stressogene:

  • forza dell’Io: costituisce la base fondamentale su cui costruire il senso di sicurezza, di identità e di autostima;
  • ottimismo: è l’attitudine a giudicare favorevolmente lo stato e il divenire della realtà;
  • humor: svolge il ruolo di moderatore dello stress, in quanto meccanismo difensivo che nella pronta ed intuitiva percezione dei paradossi che la realtà (in questo caso quella del trauma) propone, riesce a far ottenere quel distacco emotivo finalizzato al superamento della crisi;
  • hardiness: con questo termine viene designata una variabile caratteriale denotativa del concetto di robustezza psicologica che è caratterizzata da: resistenza, dedizione al compito, controllo, disponibilità di fronte alle sfide.

La variabile hardiness è il presupposto della reselience, un’altra caratteristica personologica, che può essere definita come la capacità di recupero psicobiologico che permette di uscire da un’esperienza traumatica psicologicamente rafforzati.

Gli individui resilienti sono pieni di entusiasmo, curiosi, aperti a nuove esperienze e caratterizzati da una prevalenza di emozioni positive, rispetto a quelle negative. Tali soggetti hanno la capacità di suscitare strategicamente le proprie emozioni positive, grazie al loro ottimismo e alla loro propensione all’uso dello humor.

L’insieme di tutte queste caratteristiche è stato denominato intelligenza emotiva (Tugade, Fredrickson, 2004).

La creatività, componente essenziale dell’umorismo, si rivela l’arma vincente; è la caratteristica psicologica indispensabile per affrontare l’esistenza e i suoi imprevisti, anche i più tragici.

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Per fortuna l’umorismo, al pari della creatività, non è solo una dote innata, ma può anche essere appresa lasciandosi contagiare dal coraggioso e fantasioso stile di vita delle persone che ne sono naturalmente dotate, oppure può essere attivata attraverso corsi di formazione all’uso della comicoterapia.

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