COVID-19 e psicoterapia con persone con disabilità

25 marzo 2020

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In questo particolare periodo, in cui potremmo dire dire di essere tutti in una situazione di disabilità perché siamo in allarme, in lutto, siamo preoccupati, costretti o a lavorare troppo in condizioni estreme o a stare chiusi a casa a non fare niente di quello che avremmo voluto fare.

La persona con disabilità vive questo momento con un ulteriore difficoltà.

Se pensiamo alla disabilità fisica perché in questo preciso momento vengono meno anche i momenti di riabilitazione in acqua, in palestra o in specifiche strutture.

Se parliamo di disabilità intellettiva le difficoltà sono riferite al fatto che potrebbe non esserci la percezione totale e completa di quello che sta succedendo.

Per cui, riuscire a entrare in comunicazione, lasciare la persona libera di esprimere quello che pensa, sopratutto in una situazione del genere, permette di sentirsi capiti e di stare meglio.

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E’ molto importante informare la famiglia, i genitori, i caregivers, gli psicologi stessi e i servizi del territorio dell’utilità che anche le persone con disabilità possono ricevere da un percorso di sostegno psicologico.

Partiamo dal presupposto che è lo psicologo la figura professionale competente a valutare quale tipo di intervento può essere utile e necessario per una determinata persona.

Per cui, spesso, una persona con disabilità incontra precocemente lo psicologo ai fini della diagnosi.

Per quanto invece riguarda il percorso di sostegno psicologico, non c’è una maniera preventiva per capire se una persona può trarre giovamento, può essere presente, può essere consapevole di un percorso di questo tipo.

E’ necessario che la persona incontri il professionista.

Potremmo individuare il momento giusto, per un primo incontro tra psicoterapeuta e persona con disabilità, il raggiunto della maggiore età o terminato il percorso scolastico obbligatorio. Sia perché questo è un momento cruciale di cambiamento sociale e di contesto ed anche perché l’adolescenza è il momento in cui si sviluppa un pensiero autonomo. Non a caso, l’adolescenza, è il periodo dei contrasti con gli adulti (si manifesta spesso in quella che viene chiamata crisi di originalità: l’adolescente sceglie per il suo comportamento condotte che lo distinguono da tutti gli altri).

Questa fase spesso viene bypassata dalle persone con disabilità sia per un possibile ritardo nello sviluppo cognitivo ma anche perché dipendono in maniera diversa dai genitori che spesso assumono anche il ruolo di educatori, confidenti, amici, accompagnatori. La fase adolescenziale potrebbe avere bisogno di sostegno esterno per avere lo spazio necessario, ovvero per permettere che ci sia la possibilità di sviluppare un pensiero autonomo, di sentire di sapere che è possibile avere un ragionamento a sé stante e quindi eventualmente implementare un piccolo contrasto ideologico con i genitori senza pensare di poter essere conseguentemente abbandonati.

Le persone con disabilità possono presentare problemi e disagi di carattere psicologico come qualunque altro individuo oltre all’alto livello di comorbidità con altri disturbi (hanno una prevalenza di disturbi mentali in comorbidità che si stima da tre a quattro volte superiore rispetto al resto della popolazione).

Nonostante ciò si ritiene spesso erroneamente che non possano godere dei benefici della psicologia.

Capiamo come mai succede questo, come mai attualmente non si riscontrano con frequenza terapeuti che lavorano con soggetti con disabilità intellettiva e quindi qual’è il mito da sfatare attraverso una corretta comunicazione ed informazioni sull’argomento.

L’idea è che le abilità cognitive e comunicative ristrette della persona con disabilità, limitano la capacità di comprensione del proprio mondo mentale e quindi la capacità di collaborare attivamente al lavoro svolto in terapia.

In realtà è necessario che lo psicoterapeuta abbia abilità cognitive e comunicative, che lo psicoterapeuta abbia capacità di comprensione del mondo mentale e la capacità di attivare interesse e quindi partecipazione alla terapia. 

Deve essere il terapeuta a trovare il modo di entrare in comunicazione con la persona.

Le persone con disabilità possono usufruire di diversi servizi che includono interventi psicoeducativi, abilitativi e riabilitativi.

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Questi sono servizi fondamentali per la qualità della vita di una persona con disabilità e per la sua famiglia, che agiscono sulla disabilità della persona.

La psicoterapia invece prende in carico la persona, quindi il suo sentire, il suo pensare, quello che realmente è che spesso, e soprattutto in situazione di gravità, passa inconsapevolmente in secondo piano.

Una persona con disabilità può essere preoccupata, arrabbiata, in ansia per motivi altri dal suo stato di salute, o magari può aver bisogno di lamentarsi del disagio causato dal suo stato di salute, di fare domande particolari in riferimento a dubbi personali.

Per esempio: può essere omosessuale/eterosessuale, atea/credente, e sentire il bisogno di saperlo, di capirlo, di condividerlo con qualcuno, di sentirsi dire che va bene, che non tutto è disabilità ma che è una persona, con un carattere che può avere degli aspetti positivi e degli aspetti negativi, che non vanno necessariamente corretti come sono abituati in riferimento alle attività riabilitative a cui partecipano.

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C’è anche un’altro aspetto da prendere in considerazione, noi stessi riusciamo ad avere una percezione più o meno definita della nostra personalità grazie al confronto con l’altro,. Quando si ha la possibilità di dialogare con altre persone, di fare parte di un gruppo amicale o di confrontarsi con i colleghi.. questi purtroppo sono aspetti difficili da mantenere per le persona con disabilità.

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Per questo motivo è importante informare anche sulla possibilità di partecipare a gruppi di auto-aiuto guidati, quindi gruppi composti da altre persone con disabilità per dare la possibilità di condividere la propria visione del disagio, di conoscere e apprezzare la propria personale reazione di fronte alla disabilità altrui, condividere con i pari quello che pensano gli altri, per non sentirsi soli o unici in senso negativo.

La psicologia, in generale, attraverso la psicoterapia permette alla persona di entrare in uno spazio protetto, di avere di fronte un foglio bianco all’interno della quale la persona può esprimersi liberamente, avendo garantito l’ascolto attivo e nessun tipo di giudizio o pregiudizio. 

Questo permette di arrivare molto in profondità e di comprendere cose che alle volte ci infastidiscono, ci fanno stare male, causano ansia o paure ma che possono essere risolte soltanto diventandone consapevoli, riuscendo a trasformarle in parole che permettono all’informazione, al vissuto, al pensiero, all’idea di uscire da noi, di essere condivisa, vista e di diventare manipolabile se non addirittura amichevole. 

L’obiettivo è quindi quello di fornire uno spazio di dialogo non correttivo che permette lo sviluppo dell’autostima che ha come base imprescindibile la possibilità di percepire noi stessi come persona, sentire che esiste un nostro pensiero, che non deve essere rappresentato dalla disabilità.

Per questo parliamo di persona con disabilità. 

E’ fondamentale prendersi cura della disabilità ma non dobbiamo dimenticarci mai della persona.

Il mezzo che viene utilizzato in psicologia è la comunicazione (in questo periodo tramite Skype o video chiamata WhatsApp).

Utilizzo di proposito il termine comunicazione e non parola perché dalla psicoterapia possono trarre giovamento anche, se non soprattutto, persone che non possono utilizzare la parole e che per comunicare si avvalgono di altri strumenti come la Comunicazione Alternativa Aumentativa CAA (es: Guida CAA Nuovo Coronavirus), l’uso delle immagini o dei gesti. .

Riusciamo a immaginare quanto possa essere importante per una persona che non ha l’uso della parola avere comunque uno spazio di espressione per se stesso, per le sue idee, per i suoi pensieri, per riportare anche il suo giudizio rispetto agli altri?

Con persone non verbali quello che utilizzo in terapia sono le immagini. 

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Immagini generiche selezionate in terapia dall’utente da Google. Immagini che rappresentano quello che la persona vuole esternare costruendo quindi una conversazione circa il proprio stato d’animo, quello che pensa, quello che desidera, quello che lo preoccupa e soprattutto l’immagine di come si percepisce.

Questo tipo di percorso permette anche di distinguere tra emozioni e sentimenti, tra causa e risposta.

Quando possibile utilizzo anche i disegni, quindi uno dei più comuni test carta e matita.

Per esempio, dal disegno della famiglia si può capire insieme come ci si percepisce nel nucleo familiare e quindi, se necessario, lavorare sul far riacquistare dignità alla persona che spesso si sente un peso, si sente come qualcosa da gestire, soffre del fatto che i genitori e i fratelli risentono del suo bisogno di ausili e di aiuto costante.

Nell’immagine di seguito possiamo apprezzare come l’autrice del disegno, nell’arco di un anno di terapia, abbia modificato il suo “posto” nella propria famiglia. Aggiungendo, inoltre, colori e nomi.

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Anche questo va elaborato, va capito, va esternato e una volta alleggeriti da queste preoccupazioni è possibile che emergano le potenzialità e le risorse della una persona che può riscoprirsi affettuosa, presente, in grado di ascoltare l’altro quindi di portare un suo personale contributo alla famiglia.

Pensiamo anche al bisogno di avere segreti nei confronti dei genitori, di sviluppare un pensiero autonomo altro, che si differenzia da quello del caregivers, che permette di sviluppare un dialogo alla pari piuttosto che mantenere un rapporto costante di tipo educativo, correttivo o assistenziale.

È molto facile scivolare da un percorso di psicoterapia ad un intervento multidisciplinare quindi sentire il bisogno di coinvolgere la famiglia o di comunicare alla famiglia informazioni che si ritengono importanti. A volte è il paziente stesso che lo chiede perché questa è la sua abitudine. E’, invece, molto importante riuscire a mantenere un ambiente protetto da privacy. Condividere questo concetto con la persona in terapia, agevola il processo di emancipazione.

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Dato essenziale, seppur nella sua apparente banalità, per poter dare inizio alla terapia è sicuramente che una volta rimasti soli la persona riesca a sentirsi a suo agio e che abbia un minimo di interesse a rimanere nella stanza con lo psicoterapeuta.

Dopodiché entrambi devono trovare un modo di comunicazione funzionale agli obiettivi della psicologia, alle volte anche attraverso l’utilizzo di ausili quali la musica, le immagini, i videogiochi, il mondo animale. 

Nel momento in cui questo avviene non ci sono limiti, il percorso può avere inizio, può avere il suo decorso è una volta raggiunti gli obiettivi (e quindi l’auto consapevolezza, l’autostima, la capacità di distinguere e correlare pensieri ed emozioni, darsi il permesso di avere un pensiero autonomo, di avere dei gusti e delle preferenze) questi si sviluppano nella capacità di riportare quello che si è sperimentato in terapia anche all’esterno, nella vita quotidiana e nel rapporto con gli altri.

Ascolta l’intervista..

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I sintomi della disabilità intellettiva pervadono tutte le sfere evolutive che si manifestano compromesse in maniera diversa da persona a persona.  

Quadri sintomatologici riguardano aspetti cognitivi, affettivi e adattivi, che comportano: difficoltà di assimilazione delle esperienze, deficit comunicativi e di linguaggio, difficoltà ad accedere al pensiero astratto e disomogeneità cognitiva, adattamento più lento e difficile, deficit nello sviluppo della personalità e alterazioni della condotta.

I più comuni disturbi mentali concomitanti sono: disturbi da deficit di attenzione/iperattività; disturbi depressivo e bipolare, disturbi d’ansia; disturbi del controllo degli impulsi (frequente il comportamento autolesivo e aggressività o comportamenti dirompenti).


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Autore

Chiara Di Vanni – Ordine Psicologi Toscana n 5432

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