#restiamoacasa e la violenza domestica

26 aprile 2020

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Un’altra forma d’amore di cui vorremmo parlarvi è, quell’amore così detto malato, come molti lo definiscono, anche se, parlando di violenza domestica e femminicidio non possiamo parlare d’amore.

L’OMS (2002) ha definito la violenza come “l’uso intenzionale della forza fisica o del potere, minacciato o reale, contro se stessi, altre persone o contro un gruppo o una comunità, da cui conseguono, o da cui hanno un’alta probabilità di conseguire, lesioni, morte, danni psicologici, compromissioni nello sviluppo o deprivazioni”.

In un periodo così delicato, dove si rende necessaria e inevitabile la convivenza forzata, un pensiero va a tutte quelle persone – donne, uomini, bambine e bambini – che sono vittime di violenze e abusi domestici. 

Quotidianamente, sentiamo e affrontiamo situazioni di violenza domestica. Purtroppo, le restrizioni in corso implicano una estesa condivisione degli spazi con il “partner violento”, rischiando così di determinare non solo un aumento del numero stesso di episodi di violenza, ma anche un loro aggravamento. 

I primi dati statistici provengono dalla Cina, paese che per primo è stato colpito dal virus e paese che per primo ha messo in atto le misure di anti-contagio restrittive. Già dall’inizio del mese di marzo, si sono registrati tantissimi casi di disagio provocati nelle coppie cinesi dallo stress psicologico e fisico derivante dal trovarsi costretti a vivere per settimane fianco a fianco.

Ci interroghiamo su quanto sia realisticamente sicuro “restare a casa” per loro, per le vittime.

Allo scoppiare dell’emergenza Covid-19 sembrerebbe sia scoppiata, o forse è più corretto dire è stata messa in luce con maggiore forza, la presenza e l’aumento dei casi di violenza domestica.

Nella stragrande maggioranza dei casi, sono uomini che abusano delle donne, compagne, mogli, figlie anche se, non neghiamo la presenza del fenomeno in senso contrario, donne che abusano dei loro uomini. Ma per quanto se ne discuta poco è pur vero che ad oggi non è emersa la necessità, in questo senso di creare un termine che definisse e chiarisse questa specifica forma di crimine verso le donne, il femminicidio.

Così come non è stata istituita una giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 25 Novembre, per sensibilizzare l’intera popolazione al fenomeno.

Perché accade, molte persone si chiedono, perché non ha denunciato o perché non è scappata, non lo ha lasciato?

Sono tutte legittime domande che meritano di trovare o perlomeno di provare ad avere delle risposte, ma per una trattazione esaustiva si renderebbe necessario un articolo, o forse anche più, a parte.

In questo spazio non abbiamo l’intenzione di sviscerare tutte le dinamiche psicologiche legate a questo fenomeno, ma riteniamo sia necessario parlarne, occupare, dare spazio anche noi a tutte quelle voci che ancora oggi troppo spesso non trovo lo strumento adatto per esprimersi.

Vogliamo parlare di loro, delle donne forti, ma allo stesso tempo estremamente fragili, di quelle donne capaci di reggere il peso continuo e ripetuto delle botte, delle umiliazioni e incapaci di reggere se stesse nella loro  sensibilità.

Loro sono le donne invisibili, le donne che si amano poco o per nulla, quelle che amano troppo come ci racconta Robin Norwood, in parte, nel suo libro “Donne che amano troppo”. Le donne che sperano ardentemente che quell’uomo, il loro uomo cambi per loro, per tutto l’amore che esse sono in grado di donargli.

Sul piano psicologico si innescano una serie di meccanismi che, purtroppo, sono in grado di creare una perfetta chimica, tra l’uomo e la donna, la stessa chimica dell’innamoramento. E’ possibile tracciare delle linea guida, comuni a queste tipologie di caratteri che si incontrano e si scelgono nel bene ma, soprattutto nel male. Si parla di dipendenza affettiva fino, ad arrivare a casi più estremi di psicopatologia in cui, appunto, l’amore prende le sembianze di un demone e uccide.

Lo stesso demone, che entrambi nella coppia portano dentro, un demone probabilmente scaturito dallo stesso seme, l’amore o la sua mancanza.

Spesso possiamo riscontrare nella narrazione di queste donne un profondo senso di solitudine e abbandono, una spesso totale auto colpevolizzazione, è colpa mia, sono stata io, l’ho fatto arrabbiare, lui è fatto così.

Queste affermazioni, spesso, creano rabbia e disappunto in chi le ascolta, ma se proviamo a scendere anche solo di un gradino nelle nostre capacità di entrare in ascolto con l’altro, di sentire l’emozione dell’altro, di essere empatici, quello che possiamo sentire è dolore, rassegnazione, solitudine e impotenza. Una spesso totale assenza di amore per se stesse, manca, spesso, la capacità di dire Io sono, Io voglio, Io desidero per me.

A tutte queste donne va dato spazio, ascolto e coraggio e questo oggi viene fatto per lo più grazie all’operato dei centri antiviolenza, anche oggi in emergenza Covid, ma non basta.

Come mai nonostante l’aumento delle violenze le chiamate sono diminuite? La paura nonostante il supporto esterno rimane, la paura dentro quelle quattro mura dalla quali non possono uscire. E se mi scopre? E se sente la telefonata? E se controlla il telefono?

Tutti questi se si trasformano in montagne da dover scalare e spesso diventa più facile rinunciarvi e aspettare che passi, sperando di sopravvivere.

Oggi più che mai servono azioni più mirate al contrasto e alla prevenzione della violenza domestica e del femminicidio, non possiamo lasciare da sole donne che trovano il coraggio di denunciare, ma sono costrette a ritornare in quella casa dell’orrore.

Oggi è necessario rivedere le forme e gli strumenti di prevenzione anche e soprattutto attraverso una nuova forma di educazione sentimentale, coinvolgendo gli uomini, protagonisti attivi di tutta questa vicenda, ma troppo spesso lasciati fuori in un’ottica di recupero e sensibilizzazione. Ancora una volta l’educazione affettiva, emotiva si rende necessaria non soltanto per i giovani e gli adolescenti, ma anche per chi quella tappa della vita, nel bene o nel male l’ha già vissuta, i nostri adulti malati d’amore.

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“ Perché dovrei essere così sciocca e permalosa da non capire che tutte queste lettere, avventure con donne, insegnanti di “inglese”, modelle gitane, assistenti di “buona volontà”, le allieve interessate all’arte della pittura” e le inviate plenipotenziarie da luoghi lontani rappresentano soltanto dei flirt? Al fondo tu e io ci amiamo profondamente e per questo siamo in grado di sopportare innumerevoli avventure, colpi alle porte, imprecazioni, insulti, reclami internazionali – eppure ci ameremo sempre… Credo che dipenda dal fatto che sono un tantino stupida perché tutte queste cose sono successe e si sono ripetute per i sette anni che abbiamo vissuto insieme e tutte le arrabbiature da cui sono passata sono servite soltanto a farmi finalmente capire che ti amo più della mia stessa pelle e che, se anche tu non mi ami nello stesso modo, comunque in qualche modo mi ami. Non è così? Spero che sia sempre così e di tanto mi accontenterò. Amami un poco, io ti adoro, Frida.”

Kahlo

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