Il personale sanitario

26 aprile 2020

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“Medici, infermieri, operatori delle ambulanze, assistenti sociali e domiciliari sono sottoposti da settimane a un carico di lavoro estenuante, a cui si somma la pressione fortissima che deriva dal contatto quotidiano con la sofferenza e dalla paura di essere contagiati e di contagiare i propri familiari. Lo stress psico-fisico prolungato nel tempo rischia di avere conseguenze negative che non vanno sottovalutate” (il presidente dell’INAIL, Franco Bettoni).

“Lo stress lavorativo è un tema importante che, nell’emergenza Covid, è diventato drammatico per gli operatori sanitari in prima linea” (il presidente nazionale dell’Ordine Psicologi David Lazzari). 

Oltre alle preoccupazioni che affliggono tutti noi, i sanitari sono aggravati dalla reale preoccupazione di contagio e di contagiare i propri familiari, di resistere alla sofferenza che caratterizza il loro lavoro, l’esposizione al lutto, l’esposizione ai mass media, lavoro solitario (allontanamento dal team o dalla famiglia), adeguamento all’organizzazione nuova e sempre in evoluzione.

Gli operatori contagiati oggi in Italia sono quasi 15.000, sono morti 150 medici, 30 infermieri e ci sono stati due suicidi.

La situazione di emergenza espone il personale sanitario a una serie di fattori di rischio specifici, legati alla cura del paziente contagiato e a cambiamenti sostanziali nel lavoro (per quanto riguarda gli aspetti organizzativi, relazionali, di sicurezza) che contribuiscono all’accrescimento dello stress psico-fisico.

Il prolungarsi nel tempo dell’emergenza sanitaria può portare ad un aumento di pressione, paura e comportare una cronicizzazione dello stress che, se prolungato nel tempo e accompagnato da elevata intensità, può determinare un esaurimento delle risorse psicologiche e in alcuni casi favorire l’emergenza del burn-out. 

Il burnout è un fenomeno occupazionale, non una condizione medica (ICD: 11).

È chiara e rilevante, pertanto, l’attualità del tema della tutela della salute degli operatori sanitari in relazione all’emergenza Covid-19, più nello specifico riguardo alla salute mentale.

Generalmente la gestione dei rischi collegati allo “stress lavoro” privilegia interventi di tipo organizzativo, tuttavia, la presente condizione di emergenza sanitaria, rende necessario rafforzare interventi finalizzati al supporto individuale e al sostegno psicologico. 

L’ottica è quella di fornire al personale sanitario in condizioni di sofferenza gli strumenti e le strategie di fronteggiamento, adattamento e recupero, adeguate alla situazione. 

Rimane inoltre centrale l’importanza di una adeguata informazione del lavoratore non solo sui rischi, ma anche sulle misure di prevenzione e protezione. 

In questa situazione di crisi, infatti, l’informazione oltre al rischio biologico ed alle misure contenitive per il contagio, dovrebbe riguardare lo stress lavorativo e le azioni che si possono adottare in merito (tratto da:

https://www.inail.it/cs/internet/docs/alg-pubbl-gestione-stress-operatori-sanitari-covid-19_6443145764145.pdf?section=attivita).

Oggi c’è scarso consenso circa la prevalenza del burnout tra gli operatori sanitari (da 0% a 80,5%).

Un questionario realizzato dall’Università Tor Vergata di Roma, compilato tra il 27 e il 31 marzo da quasi 1.400 operatori riporta che metà degli operatori sanitari in prima linea per il Covid evidenziano sintomi da stress post traumatico.

Inoltre il 25% denuncia depressione grave, il 20% ansia, l’8% insonnia e quasi il 22% stress. Sono più a rischio medici e infermieri in prima linea, le donne giovani e coloro i cui colleghi si sono ammalati o sono deceduti a causa del virus. I medici di medicina generale che hanno risposto al questionario presentano maggiormente sintomi da stress post traumatico, mentre gli infermieri e gli assistenti sanitari sembrano soffrire di più di insonnia grave. L’esposizione al contagio è stata associata ad un maggior rischio di depressione (QS Edizioni – sabato 25 aprile 2020. Scienza e Farmaci – Rodolfo Rossi, assegnista di ricerca all’Università Tor Vergata di Roma, primo autore dello studio).

Risulta difficile paragonare l’emergenza attuale ad altre tipologie di emergenza note, che prevedono una fase di picco seguita dal recupero generalmente, prevedibili dal punto di vista temporale e di evoluzione.

Oggi regna l’indeterminatezza temporale che alimenta uno stato di allerta costante, il confronto con il nuovo e l’inatteso, l’isolamento fisico, la responsabilità sociale e lo stigma. 

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